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Due lettere

luglio 13, 2008

Pubblichiamo due lettere fra quelle che ci sono giunte:

 

Ho appreso della vostra iniziativa in merito al 4 novembre sull’ultimo numero: pienamente d’accordo. Secondo me è sacrosanto ripristinare la ricorrenza non per spirito guerrafondaio o becero nazionalismo – vi scrive un ex obiettore di coscienza al servizio di leva – ma per tributare un omaggio doveroso a 600.000 figli dell’Italia caduti.
Avanti così.

Pietro Brancolini

 

 

Sono una lettrice bolognese, nonché ex insegnante alle superiori e, quanto alla storia contemporanea, figlia d’arte. Aderisco completamente alla vostra iniziativa per il ripristino della festa nazionale del 4 novembre, non solo per motivi sentimentali, ma anche per rendere omaggio agli umili fanti italiani che, con la mantellina e l’elmetto, andarono all’assalto, gridando “Savoia!”, sul Lagazuoi, sul Col di Lana, sul Grappa, ed altre impervie balze dolomitiche. Un popolo senza memoria è anche senza radici! Forse, alle nuove generazioni farebbe bene leggere “Il Piccolo Alpino”, scritto da Salvator Gotta, oppure “Con me e con gli Alpini” di Pietro Jahier.

Annarosa Berselli

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2 commenti

  1. Iniziativa incredibile. La I guerra mondiale fu un impresa folle voluta per l’Italia da un manipolo di politici e industriali che mandarono al macello una intera generazione di poveracci guidati da generali incompetenti e assassini (fra tutti Cadorna). Ricordiamo pure il 4 novembre ma per trasmettere la memoria del massacro di un popolo. Mi chiedo come è possibile continuare con questa retorica e questa mistificazione, eppure esiste ormai una letteratura estesa che racconta una sotria fatta di plotoni di esecuzione, di scandali nelle forniture, di malattie psichiatriche da trincea, di errori tattici costati la vita a decine di migliaia di poveri contadini analfabeti. Una memoria per gli italiani è da costruire ma nel senso di smascherare cosa è stata quella guerra, altro che inni nazionali e monumenti ai caduti. Sergio Tanzarella


  2. Lascio questo commento per poterlo a mia volta commentare. La Storia è comunque fatta di grandi tragedie: la guerra è una di queste. La saggezza avrebbe dovuto insegnarci che l’esistenza dell’uomo è tragica di per sè stessa, e anzichè recriminare – perdonami – stupidamente per ciò che accade, dovremmo imparare a vivere nella tragedia e a cercare d’esserne protagonisti. L’eroismo, il sacrificio, le più alte passioni, l’arte sublime, l’unità di una nazione sono il contraltare alla guerra. E non è retorica, spiacente. Probabilmente potrebbero dirtelo gli Enrico Toti, i Cesare Battisti, i Nino Oxilia, i Nazario Sauro che si sono fatti ammazzare… per retorica, forse? Si vive e si muore comunque. La morte stessa è conseguenza del fatto che si vive. E allora che fare, condannare la vita perchè essa inevitabilmente porta alla sofferenza, alla malattia, alla perdita dei cari e dei sogni, e in finale alla morte?

    Se vogliamo poi restare sullo storico stretto, certo, la guerra fu anche plotoni d’esecuzioni (molti meno di quelli che la gente pensa), malversazioni di pescicani approfittatori (ma quelli ci sono anche in pace: oggi hanno rinviato a giudizio degli industriali che hanno causato 2000 morti fra gli operai con l’amianto…), generali poco capaci (ma Cadorna non fu certo l’ultimo, anzi! fu l’unico generale dell’Intesa nella prima fase della guerra a cogliere risultati e perfino a curarsi delle truppe!), malattie di trincea… e potrei aggiungere altri centomila orrori.

    E con ciò? Per tutto ciò occorre dimenticare l’eroismo? occorre dimenticare che la Nazione per una volta nella sua storia fu unita, compatta, reagì vigorosamente? Bisogna sputare addosso ai caduti, relegando il loro sacrificio ad una sciocchezza, ad una morte inutile, ad una cieca mattanza? Se si ama il popolo, non si dovrebbe aver rispetto del sacrificio compiuto dal popolo?

    Tutto il resto è qualunquismo. Un qualunquismo che un’epoca nella quale le “stragi del sabato sera” ammazzano – senza alcuno scopo – ogni anno l’equivalente di tre reggimenti di fanteria del 1918, mi spiace, ma non si può permettere. Noi non ci possiamo permettere di giudicare quella gente. Possiamo solo portare rispetto. Quelli erano uomini. Noi siamo quelli delle “stragi del sabato sera”.



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